la giardiniera

mi ricordo quella volta che mi disse sei bellissimo!. a me! ma ci pensi? era la prima volta che la vedevo. anzi, no. proprio non l’avevo notata. mi ricordo che fu lei a venire da me. mentre stavo seduto sotto la consolle del dj. ok, non sotto, accanto, in basso. lei ballava con una sua amica, in mezzo a tutti gli altri. io stavo seduto sul bordo di un vaso. cioè, una fioriera di cemento, con i rami secchi di una pianta nella schiena. mi sedevo lì più o meno tutte le sere nei momenti liberi. lei non l’avevo mai vista prima. beveva gin tonic, e anch’io. a un certo punto me la vedo davanti, accovacciata di fronte a me. sei bellissimo! mi fa. sei sicura di vederci bene? dico io. vedo che ha ancora un gin tonic in mano. riprendo il mio e gli dico allora alla tua. dice ma vieni spesso qui?. veramente ci lavoro. sì, lo vedo come lavori, a bere gin tonic e a guardare le ragazze che ballano. le solite chiacchiere finché tutteddue finiamo di bere. vuoi ancora qualcosa?. gin tonic, mi pare ovvio. vado e torno. tento ancora qualche chiacchiera, ma è tardi. devo accompagnare la mia amica. è una scusa di sicuro, ma va bene così. per stanotte il mio ego è stato stimolato abbastanza. le guardo mentre vanno via e cerco di ricostruire i fatti. non ho capito granché di cosa è successo. mi ricordo che stavo posando il gin tonic a terra per accendermi una sigaretta e me la trovo davanti. mi ricordo che mi guarda dritto negli occhi. mi ricordo che il sapore del gin tonic sembra cambiare mentre balbetto qualche battuta scontata. penso il Giova ci ha messo lo zucchero. e perché? ha visto la scena e mi fa uno scherzo? no, impossibile. mi ricordo i pantaloncini corti aderenti, le gambe abbronzate. penso c’è qualcosa che non quadra. una che parte all’attacco così diretta ha un piano preciso. non si è certo innamorata di me in una notte d’estate. contenta lei, figurati io. mi ricordo però che dopo due giorni le cose rimaste più impresse erano la voce e gli occhi. la sera riappare. aveva detto ci vediamo in giro. io lavoro qui, se vieni qui ci vediamo. non è agghindata come l’altra sera. sembra uscita per portare fuori il cane. ma è più attraente così. beviamo un gin tonic, manca a dirlo. devo annaffiare le piante. vuoi venire? mi pare originale come approccio. non chiedo di meglio. andiamo a casa sua in bici. deve davvero annaffiare. o forse deve solo reggere il gioco a se stessa. da quel giorno sarà la giardiniera. la seguo sul terrazzo. poi comincia a mettere a posto cose che non ne hanno bisogno. a quel punto la fermo. beh, poco dopo siamo stesi sul divano. domani mi alzo presto. andiamo a letto? ma certo. mi ricordo certi sguardi. come se cercasse solo un’occasione per sfogarsi. ma non volevo entrare nel suo privato. lì per lì cercavo di concentrarmi sul suo corpo. e sul mio. anche troppo. infatti mi ricordo qualche difficoltà. forse troppi gin tonic. lasciamo perdere? mi fa. no, perché? proprio adesso? e finalmente funziona tutto. ma solo per me, temo. mi ricordo che parla del suo corpo. mi piace il mio sedere. anche a me, molto. non fraintendere. no, non fraintendo. sei davvero questa bella persona che sei? mi ricordo che non rispondo e l’abbraccio. dormiamo un po’. la mattina ci alziamo in silenzio. fa il caffè e si vede che vorrebbe restare sola. scusa, ma… l’avevi messo? sì, certo. mi porge un posacenere per buttarcelo dentro, coprendosi gli occhi. tento di dirle che non sono io quello imbarazzato. non mi dà il tempo. usciamo dal vicolo in bicicletta, in direzioni opposte. ci vediamo. ci vediamo. due sere dopo torna al locale. spero che tu capisca. perché, cosa c’è da capire? accenna a un fidanzato. problemi di coppia. beh, non so a te, ma a me hai fatto del bene. ti va un gin tonic? no, stasera no.

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cuba libre

non so inventare niente. riesco solo a dire quello che vedo. ieri sera un dito di whisky e stamattina mal di testa. ma si può? ognuno c’ha la testa che si merita. c’era una volta che bevevo cinque gin tonic a sera. ma dai!? di media. mi pareva che reggessi, ma insomma. poi passai al cuba libre. sai, c’è chi lo chiama mentira, perché non è vero che cuba é libre. ma che c’entra? mah, insomma, non so inventare niente, nemmeno una vita nuova. una vita che sorride. che sorrida. sì. comunque il cuba libre crea dipendenza. psicologica. fin quando capisci che è la coca cola la vera mentira. perché? è lei che ti frega. con tutto quello zucchero fa la serata dolce. ti fa credere di essere libre. e ti frega. allora lascia stare la coca cola. infatti. e resti solo col rum. compagnia impegnativa, ma più seria. insomma, sì, le bollicine dolci fregano. comunque, di che parlo? di rum. sì, di quegli idioti di ragazzini scalmanati e di quarantenni irriducibili che vogliono il cuba libre con l’havana 7, col bacardi 8, col pampero anniversario, per far vedere che sanno. per sentirsi più libre. e allora? che dovrei fare? come si può ammazzare un rum serio, invecchiato onestamente, con una mentira? onestamente? mah. vero, i rum onesti, quelli sconosciuti, non troppo industriali, sono altri, ma insomma. chi se le inventa per primo queste cose? vorrei conoscerlo. io non so inventare nulla. nemmeno una cura nuova. quelle vecchie ormai non fanno più. dopo una mezza vita di cuba libre lo stomaco si dilata. e anche la scatola cranica. si formano dei vuoti intorno al cervello. e lui ci sguazza dentro? no, no, si appoggia alle pareti come uno che sbanda dopo una sbronza. e dove si appoggia ti fa un male cane. già. io so dire solo quello che vedo. e il mio cervello che barcolla me lo vedo proprio. ma insomma. ma libre da cosa, poi? libre magari! ti pare a te, ma è tutta una mentira. quando hai vent’anni ci credi. ti pare di averci il fisico. e ce l’hai davvero. ma non sai quanto regge. e quando non regge più è troppo tardi. tardi per cosa? per tutto, per una cura, per una vita nuova, che sorrida. sorrida, giusto? come vuoi, basta capirsi. beh, raccontamene un’altra. un’altra cosa, un’altra mentira? non scherzare, un’altra vodka liscia.

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